La tragedia della città di fronte

 

Ci sono persone che quando vanno a dormire si chiedono angosciosamente se il giorno dopo saranno ancora vive. Sicuramente qualcuna di queste persone c’era anche nel palazzo di Foggia che non c’è più. Ma per quanto immaginativa possa essere la vita dei timorosi, difficilmente c’è chi avrà immaginato di finire schiacciato dal suo soffitto. E così, dopo una normale sera occidentale, senza terremoti, senza uragani, senza gli eccessi del sabato sera, si passa dal mite sonno domestico a quello gelido e infinito. Mercoledì sera nel palazzo foggiano quasi tutti hanno visto la televisione, c’è chi avrà litigato con la moglie, chi avrà fatto l’amore, chi avrà pensato lungamente agli impicci del giorno dopo. E poi tutti nelle braccia della notte. la tragedia di Foggia è la tragedia della città di fronte: sono molti i paesi irpini da cui nelle serate chiare si vede la distesa di luci della città dauna. E a chi ha il senso della fine, a chi sente che tutto prima o poi finisce, qualche volta sarà capitato di pensare che un giorno non potrà più vedere quella distesa di luci. Il vigile del fuoco che è morto lavorava a pochi passi da casa mia e forse qualche volta ci siamo incontrati in salumeria o dal giornalaio.

L’eccitazione con cui la giornalista televisiva nelle prime ore della tragedia ha annunciato l’evento senza neppure un filo di dolore ci dice ancora una volta di come si sia sbriciolato il senso della pietà e della compassione per la sventura altrui. La televisione ormai neppure ci prova a ricordarci che un attimo, un attimo crudele può guastare irrimediabilmente la vita di tutti, ogni giorno, ogni ora, in ogni luogo. Gli inquilini del palazzo caduto avrebbero trovato un bel sole all’uscita di casa. Avrebbero trovato quella vita che, misera o grande che sia, non smette di sgusciarci via dalle mani. Un palazzo è pieno di tante storie: lo scrittore francese Perec alla vita di un condominio parigino ha dedicato un bellissimo libro "la vita: istruzioni per l’uso", in cui, togliendo la facciata del palazzo, ci fa vedere simultaneamente gli oggetti, le azioni, i ricordi, le sensazioni e le fantasie di ognuno degli inquilini della via Simon-Crubellier. Noi che in Irpinia ne abbiamo visti tanti di palazzi accartocciati dobbiamo avere paura più che altrove: a Teora c’è una chiesa che dà pericolosi segni di cedimento, a Calitri ci sono palazzi costruiti su spaventosi tagli di frana e in tanti altri dei nostri paesi c’è gente che abita nelle case dannegiate dal sisma e non ancora riparate. E’ molto probabile che i controlli annunciati dal Governo qui saranno molto approsimativi e il terremoto che verrà (inutile illudersi che la terra sotto di noi si sia placata una volta per sempre) sarà un esame impietoso per la miriade di costruttori che hanno lavorato in questi anni. Certo lo Stato non ha badato a spese e sarebbe davvero inconcepibile trovare palazzi nuovi con poco ferro e poco cemento dentro. Alle brutture estetiche prima o poi ci si abitua, ma non si possono dimenticare quelli che correvano per le scale col terrore di cercare una salvezza che non hanno trovato. Ai morti di Foggia vogliamo dire un fraterno addio, addio alle facce, ai rasoi da barba e ai rossetti, ai pigiami che indossavano, ai sogni che stavano sognando, alle gonne e agli abiti che aspettavano negli armadi. A tutti gli altri, a tutti quelli che restano e vanno a dormire nelle stanze dell’aldiquà, si può dire: abbiate cura del vostro risveglio.

14 novembre 1999